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Note di regia

La prima volta che entrai all’ex ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste sapevo che mi stavo mettendo su una strada lunga e difficile, ma non avevo idea del mondo in cui sarei entrato. Sapevo che i nostri consulenti, primo fra tutti Peppe Dell’Acqua, direttore del distretto di salute mentale di Trieste, mi avrebbero aiutato a conoscere la storia dell’esperienza basagliana, mi avrebbero messo a disposizione tutti i loro materiali i loro ricordi, ponendomi nella condizione migliore per ricostruire quella storia, ma mentre camminavo per i viali di quello che era considerato un manicomio modello, mi continuavo a domandare: "Ma come farò a mettere in scena la malattia mentale? Come farò, attraverso la finzione, a restituire la verità di quelle persone che hanno passato la vita qua dentro?" Poi mi resi conto che proprio l’esperienza basagliana mi offriva una risposta. L’unica strada era quella di stare con i pazienti, di conoscerli, di parlarci, di ascoltarli anche quando le cose che mi dicevano erano incomprensibili, anche quando cercavo di spingerli a ricordare com’era il manicomio prima che arrivasse Franco Basaglia suscitando in loro malinconia, rabbia o confusione. I racconti delle loro sofferenze, delle torture subite: gli elettrochoc, le contenzioni, le umiliazioni, andavano oltre la ricostruzione storica di quegli avvenimenti, entravano nel personale, nell’intimità e questo dava loro quella concretezza che io ero tenuto a ricostruire attraverso la finzione.

Questo è stato il leit-motiv di tutta la lavorazione del film: restituire la verità di quella vicenda. Così quelle interviste che avevo filmato, insieme all’enorme mole di materiale di documentazione raccolto, diventarono la bibbia per me e per i miei collaboratori. In primo luogo per gli sceneggiatori, con i quali saccheggiammo quelle esistenze mescolandole tra loro per dare vita ai nostri personaggi originali. I racconti, le voci e i volti dei protagonisti di quella storia furono la linfa per il lavoro con gli attori scelti prima di tutto in base alla loro origine: volevo attori veneti che mi garantissero l’accento e il suono di un dialetto così bello. Quando questo non è stato possibile, come nel caso dei due protagonisti: Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini, la loro straordinaria bravura ha sopperito alla mancanza. L’altro criterio era quello fisico ed estetico: i matti non sono belli, sono corpi cresciuti nella sofferenza, nella mancanza delle norme più elementari di igiene, nella povertà. E l’Italia degli anni ’60 non era certo un paese di palestrati com’è oggi.

I provini poi furono una palestra eccezionale, sia per gli attori che mettevano in gioco non solo il proprio mestiere, ma anche le loro paure, le loro fobie più personali, sia per me che ogni volta assistevo ad un diverso modo di vivere un dolore o una gioia. Ma una volta scelti andavano trasformati. Dovevano passare da una condizione quasi animale, quella degli internati di un lager, privi di nome e identità, con i capelli rasati a colpi di forbice e i corpi feriti dalle contenzioni e dalle violenze a quella di esseri umani. In questo il lavoro dei truccatori e parrucchieri è stato fondamentale. Stessa attenzione è stata messa nei costumi e nella scenografia. Meticolosa è stata la scelta dei materiali: veri sono i camici e le camicie di forza, veri sono i letti e le camerate. Una verità evidenziata dalla luce cruda di una fotografia che nulla vuole nascondere o edulcorare.

Tutto ciò ha trovato la sua sintesi sul set. Qui l’aspetto industriale del cinema ha dovuto fare i conti con qualcosa di inaspettato, di nuovo. Con l’aiuto dei miei assistenti eravamo riusciti a coinvolgere varie associazioni e cooperative teatrali legate ai centri di salute mentale delle zone dove giravamo, cosicché le figurazioni del film erano tutte persone che avevano e hanno a che fare con il disagio mentale e che in qualche modo erano venute a rivivere la loro storia. La presenza costante sul set di tante persone "affette da disagio mentale" che interpretavano loro stesse a fianco dei tecnici e degli attori ha creato un’atmosfera straordinaria. Vivere insieme questa esperienza ha cambiato la vita di entrambi. Al di là di quello che si dirà del film e del suo valore che non sta a me giudicare, io ho avuto chiara la sensazione che qualcosa di bello sia avvenuto e l’ho avuta un giorno durante la pausa, alla mensa del set, dove una ragazza, con evidenti problemi di anoressia, nel suo camicione grigio, seduta al tavolo con i tecnici e altri suoi compagni, mangiava con gusto e sorrideva felice.

Marco Turco

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